Il pesce lo mangi?

25 January 2010

Da tanti anni, sono vegetariana. Da qualche mese, vegana. Per la cronaca.

Oltre che con l’idiozia del genere umano, ho sempre dovuto lottare contro la peggiore tentazione, la bestia nera che si insinua come una droga nel cervello di noi insalatofili, l’ossessione demoniaca che ci scava nel petto e ci divora l’anima: il club sandwich.

Ora, dal momento che non mi piace la variante vegetariana (pesanterrima), ho inventato una ricetta su misura per me (club normale senza pancetta, carne, prosciutti e altre varie schifezze di origine animale e con l’aggiunta di melanzane e rucola) che, puntualmente, propongo ai vari ristoratori.

Alcuni avanzano raccomandazioni -non richieste-  riguardanti le mie papille gustative (“Ma non sa da niente!”. E chettefrega?), altri sgranano gli occhi come se avessi chiesto di portarmi un panetto di kryptonite, altri ancora annuiscono poco convinti e si allontanano mugugnando.

Ma c’è una categoria che io temo più di ogni altra cosa, e cioè quelli che…“Se vuoi c’è il club vegetariano”.

Sì.

Lo so.

Se lo volessi, te l’avrei già chiesto.

MA, c’è un ma. Non mi piacciono i peperoni e le zucchine rimangono sempre crude. In più, qualche volta ci aggiungete anche la cipolla. Ti chiederei comunque di eliminarli dal mio pasto.

E ALLORA CHE DIFFERENZA TI FAAA?!?

Ma l’episodio più assurdo, che è poi l’obiettivo di questo post assolutamente avulso dal contesto, mi è accaduto ieri a mezzogiorno. (posso dire dove o mi denunziano?)

Dialogo

Alessio: “Sì, buongiorno, fate toast?”

Cameriera: ”Club sandwich, sì. (ma ha chiesto toast!) Ve ne porto due?” (ma aspetta un attimo, diosanto!)

Giulia: “Sì, per me uno [segue descrizione minuziosa].”

Cameriera: “Vutu (non si è capito perché sia passata improvvisamente al dialetto) un club vegetariano?” (eccola là)

Giulia: “No, perché ci sono cose che non mi piacciono…quindi che io le chieda di toglierle dal vegetariano o da quello classico è la stessa identica cosa. (e poi, so quello che faccio) Quindi, insomma, quello che le ho detto con le melanzane…”

Pausa e rotelle del cervello che girano a fatica.

Cameriera: “Zucchine?”

Giulia: “Beh…io preferirei melanzane”

Cameriera: “Va bene. Quindi con prosciutto…”

Giulia: “Ehm…no. Senza carne, perchè non la mangio.”

Cameriera: “Va bene, dopo chiedo se c’è” (ma non la mangioooo!)

Giulia: “Ecco, sì. Ma è importante che non ci sia, perchè non lo mangerò”

Cameriera: “Non preoccuparti. (eh, a dir la verità un po’ sì) Allora club con zucchine e adesso vado a chiedere se c’è anche il prosciutto.”

Giulia: “Sì. (tic all’occhio). A parte che ho chiesto M-E-L-A-N-Z-A-N-E, ma le sto dicendo che la carne deve essere tolta perché non la mangio. Quindi, se il cuoco le dice che c’è, lei deve rispondere “eliminala”! (è tanto difficile?)”

Imbarazzante silenzio di due minuti, rumore di rotelle e cingoli arrugginiti. La cameriera si allontana.

Torna dopo venti minuti, con un piatto in mano. La prima cosa che vedo è una montagna di salsa rosa. Guardo meglio.

Zucchine.

Mi è passata la fame.


E(i)di(o)toria

21 January 2010

da “Panorama” del 7 gennaio 2010

“Il primo libro lo ha Intitolato Dico tutto. E se fa caldo gioco all’ombra. Lo ha pubblicato con la Rizzoli nel novembre 2008 e ha sfiorato le 100mila copie. Poi Antonio Cassano, genio e sregolatezza del nostro calcio, ci ha preso gusto e con Pierluigi Pardo ha scritto il secondo volume, Le mattine non servono a niente [...]. Un libro di massime, o meglio di “cassanate”: pensieri del calciatore sulla vita e l’universo mondo [...]“Ebbene sì, sono il primo che ha scritto più libri di quanti ne abbia letti


Meglio un orso oggi che mille da cento (milalire)

18 January 2010

Il centro di sddp

No, questo blog non si è arenato.

No, non ci siamo stancati di scrivere.

No, non siamo stati rapiti da una cellula terroristica.

Siamo solo annoiati a morte. Il nostro soggiorno in terra natìa si sta rivelando più tedioso del previsto.

E’ vero, il nostro beneamato sceriffo ci ha accolto con orsi polari e piste di ghiaccio, alberi di Natale mastodontici e folletti saltellanti.

Ma noi non siamo mai contenti e stiamo studiando la carta geografica per trovare la nostra prossima destinazione.

Curiosi?

Anche noi.


Barcelona, dopotutto, m’agrada molt.

21 December 2009

Barceloneta

Avevo cominciato questo post, scrivendo tutto quello che di Barcellona mi aveva fatto imbestialire. Avevo scritto che c’è tanta libertà, ma è concepita in modo sbagliato. Avevo scritto che il quartiere gotico, dove abitiamo, è un covo di delinquenti e drogati che fanno il bello e il cattivo tempo. Avevo scritto che la nostra proprietaria di casa è un’arraffona taccagna e avida.

Avevo scritto un sacco di brutte cose.

Poi mi sono chiesta che cosa di bello rimarrà di questa avventura, ci ho pensato, sono tornata indietro e ho cancellato tutto.

Perché non è stato semplice vivere qui. Qualche volta ci siamo sentiti “ospiti indesiderati” e avremmo voluto essere altrove.

Ma, dopotutto, che viaggiatori saremmo se non uscissimo arricchiti da ogni esperienza?

Viaggiatori da poco.

Ristorante Indiano

Dessert al ristorante Indiano

Quest’articolo, quindi, comincerà da metà. Da quando, finita la lista dei lati negativi, commentavo con….

Ed è un vero peccato.

Perché il mare a due passi è un bene prezioso, anche per chi il mare non lo ama. Perché d’estate è rilassante e d’inverno aiuta a pensare.

Perché sugli alberi volano gabbiani e pappagalli verdi (e la prima volta che li ho visti non riuscivo a crederci!).

Perché quando ti chiamano sempre guapa (anche le vecchiette), insomma dai, è piuttosto piacevole.

Perché mi piace troppo il Catalano, e ancora di più mi piace la strana lingua che padroneggio con virtuosismo e che i miei compagni di corso hanno deciso di chiamare Castellà (neologismo che unisce Castellano e Català e che riassume la mia perenne confusione)

Perché possiamo dire tutto degli Spagnoli (i Catalani non me ne vogliano se li raggruppo nello stesso insieme dei Castigliani e ci includo anche gli italiani che vivono qui), ma quello che abbiamo conosciuto si sono rivelati sinceri e altruisti e, ne siamo sicuri, non erano ipocriti quando ci hanno chiesto di rimanere in contatto.

Perché, non finirò mai di dirlo, mi piace troppo entrare in un bar e non dover neanche ordinare perché la cameriera si ricorda di me e mi porta il “solito”.

Perché i frullati di frutta che ho bevuto qui me li sognerò la notte.

Perché, sempre e ovunque, partire è un po’ morire.

E Barcellona ha scritto una pagina -controversa!- del nostro piccolo diario di viaggio.

Adeu, Barcelona (barçaluna, pronunciato alla catalana).

i moltas gracies.

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito. (José Saramago)





Il carretto passava e quell’uomo gridava…BUTAAANOO!

8 December 2009